La poesia (non) ha Rivali
È ancora possibile la poesia oggi? La domanda appare lecita e sicuramente interessante, ma, per evitare di cadere subito e perdersi in un mare magnum di questioni metafisiche, sarà forse più facile e opportuno chiedersi dapprima se l'odierna civiltà abbia perlomeno partorito individui che possano ancora fregiarsi del titolo di poeta. La risposta è positiva. In particolare a casa nostra, in Italia, uno di questi figli-poeti della società contemporanea ha il nome di Alessandro Rivali, genovese, classe 1977, già autore di due raccolte poetiche, "La riviera del sangue" (2005) e "La caduta di Bisanzio" (2010).
"Raccontami ancora di Plinio,/l'ostinazione della scrittura,/la prua verso la scogliera." Abusando di tre versi estrapolati dal suo ultimo lavoro, si potrebbe dire che la poesia di Rivali e per Rivali è generata da questa triade di elementi: Plinio, scrittura, prua. Partiamo dal primo. Per il poeta genovese l'essenza dell'arte poetica equivale in un certo senso alla figura di Plinio il vecchio, il grande scienziato romano che, arso internamente da un'inestinguibile sete di conoscenza, perse la vita tra le esalazioni sulfuree dell'eruzione vulcanica del Vesuvio nel 79 d.C. Fare poesia è quindi per Rivali dare libero sfogo al proprio desiderio di conoscenza, una conoscenza che è però frutto di uno sguardo diverso, vero, sulla realtà. "Compito del poeta è farsi domande su questioni ineludibili, come l'amore, la morte, il senso della vita". Solo operando in tal modo la poesia può allora divenire una sorta di pozzo di verità a cui attingere, una miscela dissetante che non ha rivali. Passiamo al secondo elemento: la scrittura. Rivali sostiene che ogni poeta deve possedere una buona dose di tecnica, immaginazione e vocazione. Se ne deduce che non è da tutti scrivere poesie come non è da tutti, prendendo in prestito le parole di Calvino, "far filtrare l'oceano intero attraverso un imbuto". Veniamo al terzo e ultimo elemento: la prua, che costituisce il quid della poetica di Rivali. Quella della barca di Plinio era rivolta verso la scogliera, attratta dal litorale campano sovrastato dal massiccio del Vesuvio, quella del poeta genovese è puntata invece verso Cristo, che, a detta dell'autore, costituisce il timone della sua vita e quindi anche della sua attività poetica. Senza questa dimensione trascendente, la vita, la storia e, di conseguenza, i contenuti della sua poesia non sarebbero altro che un "deserto di cenere".
[Mattia Lanfranconi]